Se ci fosse un’università pronta a laurearci in tecniche di sopravvivenza e metodologie pratiche per vivere felicemente in una vita incazzata e incastrata in cazzate, ebbene quest’università avrebbe un corso obbligatorio speso a guardare e riguardare “Another Year” di Mike Leigh, con vari seminari di approfondimento sui volti sgraziati di Tom (Jim Broadbent), Gerri (Ruth Sheen), Mary (Leslie Manville), Joe (OIiver Maltman) e soprattutto di Ronnie (David Bradley).
Un film dove non succede nulla, fitto di dialoghi sciocchi peggio di un Rohmer d’annata.
Ma è un film che mostra il Paradiso.
Il Paradiso in questione s’apre dietro un portone di una casetta nella prima periferia nord di Londra, con un accogliente salotto, una cucina ben attrezzata e un discreto giardino sul retro. Non manca una piccola camera degli ospiti e una morbida camera da letto. Non distante, un discreto orto, che fornisce di frutti non proibiti il Paradiso stesso.
E’ una casa sempre aperta, di facile accesso. Il tè scorre a fiumi ma anche la birra e il vino per allietare gli ospiti. Si può anche fumare, in giardino. E la domenica il barbecue con gli amici. C’è sempre cibo, sufficente anche per visite inattese.
Soprattutto c’è sempre amore. Per cuori derelitti, per malati terminali, per figli che hanno scelto la propria strada ma riconoscono le loro origini, per fratelli bisognosi d’aiuto. E anche per la figliola prodiga, che tradisce la fiducia dei gestori del Paradiso ma torna e si pente, meritandosi un nuovo abbraccio.
Non è stucchevole. Non è costoso il loro amore. E’ leggera la loro compassione. Tom e Gerri gestiscono il Paradiso condividendo ciò che hanno, rispettando le distanze e le opinioni altrui, offrendo amore senza chiedere nulla in cambio.
Sono consapevoli di aver avuto un dono e accolgono i fratelli per come possono.
L’ultima sequenza del film strazia. Prende tutti i nostri sensi di colpa e ce li sventaglia davanti.
Tom e Gerri, il figlio Joe e la sua ragazza Katie cenano felici, dialogando fra di loro, contenti e leggeri. La camera inquadra solo loro quattro.
Dopo un po’, allarga, sul viso spento (ma salvo) di Ronnie, provato dalla vita ma accolto in quella casa, il Paradiso, senza farlo sentire alieno, senza stucchevoli pacche sulle spalle, senza ipocrisia, senza servilismo.
Poi si sposta e si ferma sulla ritrovata Mary che per il solo fatto di godere del calore di quella cena sembra riscattarsi o, comunque, trovare la forza di continuare a vivere.
Sarà l’ora tarda, la voglia di scrivere o la birra.
Ma comunque la si veda, “Another Year” ci mostra un esempio, come un Vangelo laico, tutto positivo, splendente di luce propria. “Another Year” ci mostra che un altro modo di intendere i rapporti umani è possibile, che il Paradiso può esser dietro un portone di una anonima villetta a schiera. E quel portone potrebbe essere il nostro se solo lo volessimo.
Per questo esiste la Another Year univerisity. E non richiede neanche un esame di ammissione. Basta aver voglia.